L’autoesclusione giovanile: il fenomeno hikikomori

L’hikikomori non è una malattia,
si può piuttosto definire una patologia sociale

Hikikomori è la forma contratta di shakaiteki hikikomori [forma sostantivata di due verbi: hiku (indietro) e komoru (isolarsi, chiudersi, nascondersi)] ed indica la volontaria reclusione di alcuni soggetti che decidono di chiudersi completamente nella loro stanza per lunghi periodi di tempo, addirittura anni, rifiutando qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno.

Il termine hikikomori è stato coniato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki che, con tale espressione, voleva indicare un fenomeno socialmente preoccupante emerso in Giappone. Tale fenomeno si sta diffondendo anche tra i giovani italiani.

L’hikikomori non è una malattia, si può piuttosto definire una patologia sociale. E’ un fenomeno multidimensionale derivante dall’interazione di molteplici variabili individuali e contestuali che agiscono in tempi diversi e a livelli differenti. Relativamente ai fattori contestuali, società, famiglia e scuola sembrano avere un ruolo chiave poiché rappresentano i principali contesti in cui nasce e si consolida la maggior parte delle condotte adattive o disadattive.

L’analisi della condizione di hikikomori ha messo in evidenza che si tratta di un problema socialmente prodotto, derivante da un malfunzionamento del sistema comunicativo tra società, famiglia, scuola e individuo. L’intervento pedagogico, perciò, si pone nell’ottica di implementare un’azione educativa di prevenzione e d’intervento tenendo conto della necessità di lavorare su più fronti, cioè di operare non solo sul soggetto, ma anche su tutti i contesti di vita in cui esso è inserito: famiglia e scuola.


Paola
La Serra

Studio di consulenza pedagogica per studenti e famiglie


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